Il poliestere: pro e contro tra produzione e riciclo.

Pile, imbottiture per capi invernali, organza sintetica, …

Materiali così diversi ma che alla fine riconducono sempre alla stessa fibra: il poliestere.

Il poliestere è un materiale molto versatile: in base a come viene lavorato può dare vita a tessuti molto pesanti ma anche molto leggeri, lussuosi ma anche perfetti per l’abbigliamento tecnico-sportivo.

Ecco spiegato perché è una delle più utilizzate in ambito tessile.

Ma nonostante sia la fibra più diffusa e più richiesta, è ad oggi anche la più contestata per l’impatto che ha non solo sull’ambiente, ma anche sull’uomo.
E l’intero settore sta lavorando per innovare i processi di produzione e per superare questi importanti limiti.

Diversi pro, quindi, ma anche diversi contro. E tanta strada da fare…

Cerchiamo insieme di capire qualcosa in più.

Cos'è il poliestere?

Il poliestere è una fibra sintetica che non esiste in natura ma viene prodotta dall’uomo tramite dei processi di sintesi chimica.

Scopri la differenza tra fibre naturali, artificiali e sintetiche.

Si tratta di un materiale plastico che deriva dalla lavorazione del petrolio e chimicamente è un polimero.

Tutto chiarissimo…..

Ok, proviamo a capire meglio.

Si tratta di tante piccole molecole (i monomeri) tenute insieme da legami chimici.
E, a seconda dei monomeri presenti, si ottengono diversi tipi di poliestere.

Poliestere, infatti, è un termine molto generico che indica una macro famiglia all’interno della quale possiamo trovare diverse tipologie di questo materiale.

In campo tessile, per esempio, quello che tutti noi chiamiamo comunemente poliestere in realtà è il polietilene Tereftalato (PET).

Il PET è lo stesso materiale che, con una lavorazione diversa, compone le bottiglie di plastica.

A questo punto la domanda che ci poniamo è una sola.

Come si ottiene il poliestere?

Mentre per le fibre naturali come il lino e la seta il processo di creazione dipende in parte dalla natura, per le fibre sintetiche tutto il processo è esclusivamente opera dell’uomo.

Nel caso specifico della fibra di poliestere, come dicevamo si parte dal petrolio e il processo di creazione avviene in due fasi:

👉🏻 Fase di sintesi: una prima fase in cui si genera un materiale solido unendo tra loro le molecole attraverso processi chimici;

👉🏻 Fase di filatura: questo materiale solido viene reso liquido e fatto passare attraverso dei piccoli fori. In base alle diverse forme e dimensioni di questi fori, si genereranno filamenti di poliestere di diversa lunghezza e spessore.

Inoltre, durante questo percorso il poliestere viene sottoposto a diverse lavorazioni, dette finissaggi: queste hanno lo scopo di migliorare le prestazioni della fibra o persino aggiungere  nuove proprietà.

Tutto questo viene fatto sporattutto in relazione alla sua futura destinazione d’uso: pensate ad esempio ai finissaggi per rendere il tessuto ignifugo, antimacchia, antistatico o per creare giochi come la plissettatura.

E grazie al completo controllo della sua produzione lungo l’intera filiera, il poliestere è una fibra dal potenziale quasi illimitato.

Non è un caso se, proprio per sfruttare le sue grandi proprietà, il poliestere spesso viene usato in mischia con le fibre naturali per dare a queste ultime più resistenza e stabilità.

In questo modo il comfort di materiali come lino o cotone si unisce alla prestanza del poliestere (tra i più famosi c’è il polycotton, ovvero poliestere + cotone).

Un ottimo risultato, se non fosse che potrebbe creare qualche problemino in fase di riciclo, ma a questo ci arriviamo…

Però possiamo già intuire che siamo di fronte a un tessuto controverso perché sebbene porti con sé invidiabili proprietà, non è esente da limiti e ostacoli.

Pro e contro del poliestere.

Sono diverse le proprietà rendono il poliestere una fibra molto desiderabile.

Tra queste spicca soprattutto il suo prezzo che, generalmente, è molto competitivo (anche se non è raro oggi trovare qualità di poliestere molto pregiate e costose).

E i vantaggi aumentano se pensate che, come abbiamo visto poco fa, le caratteristiche di questa fibra possono essere potenziate o aggiunte in fase di lavorazione.

Pensate ad esempio che, nonostante il poliestere sia un tessuto di per sé non traspirante, viene migliorato a tal punto che molto spesso è usato anche dagli sportivi.

Ma non è tutto oro quello che luccica!
Questo tessuto, infatti, presenta anche diversi svantaggi.

Al di là delle sue grandi proprietà (tra cui, cosa non da poco, la sua facile manutenzione), rimane acceso il grosso dibattito che solleva ormai da anni sull’impatto ambientale e sul fatto che non sia una fibra sostenibile.

[ Clicca sulla scheda per ingrandire e scoprire tutti i pro e contro del poliestere]

Il poliestere, infatti, non è biodegradabile (non si decompone) e anche la sua produzione è altamente inquinante: richiede grandi consumi energetici, elevate emissioni di CO2 e dispersione di sostanze nocive.

Questo in parallelo anche ai potenziali rischi per la salute.
Contenendo sostanze chimiche, questo tessuto può creare irritazioni e allergie e, va da sè, non è la scelta più naturale per la nostra pelle.

Inoltre, il poliestere continua ad essere inquinante anche una volta acquistato, soprattutto ogni volta che lo laviamo perché durante il lavaggio rilascia microplastiche che finiscono nei mari, trasformandosi in cibo per i pesci prima … E per noi dopo.

Ma da tempo il settore si sta adoperando per ridurre il più possibile l’impatto dannoso di questo tessuto sull’ambiente e sulla nostra salute.

Quindi, c’è una soluzione?

Una risposta positiva potrebbe arrivare dal riciclo.

Il riciclo del poliestere.

Il poliestere è e rimane un tessuto inquinante e proprio perché non scompare mai (non è biodegradabile!) diventa importante riciclare tutto quello che già esiste.

La plastica PET (di cui è composta la fibra di poliestere) è riciclabile e questo permette alle aziende di orientarsi verso un modello più sostenibile di economia circolare.

Come?

Puntando al riciclo di indumenti di poliestere o di bottiglie di plastica PET alle quali viene data una nuova vita trasformandole in filato.

🔎  Lo sapevi che:
mentre per il poliestere si riciclano bottiglie di plastica, per il nylon si riciclano reti da pesca.

Mentre è indubbia l’importanza del riciclo, solleva più dubbi il complesso mondo dietro alle pratiche di riciclo, un sistema complesso e in continua evoluzione nel quale ad oggi si incontrano vantaggi ma anche limiti.

Il riciclo meccanico.

Un tipo di riciclo ad oggi diffuso è il riciclo meccanico: un processo in cui il materiale plastico raccolto come rifiuto viene trasformato nuovamente in materia prima, senza apportare modifiche alla sua struttura chimica.

Ma come avviene il processo?

Il materiale plastico viene innanzitutto differenziato (questa fase è molto importante perché la qualità della selezione determina anche la qualità del poliestere riciclato).

Il materiale viene poi triturato, lavato e, dopo essere stato macinato e essiccato, viene ridotto in granuli.
Diverso è il caso di vecchi vestiti che, invece, vengono tagliati e frantumati.

Mettiamola così.

Potremmo riassumere questo processo in un elenco di 3 vantaggi:

1. basse emissioni di Co2;
2. risparmio di acqua ed energia;
3. riduzione di nuove materie prime e di rifiuti nelle discariche;

Tuttavia, ci sono dei limiti…

La plastica, purtroppo, non può essere riciclata all’infinito meccanicamente.

Inoltre, questo tipo di riciclo spesso va a ridurre le proprietà del materiale, inficiando sulla qualità finale del prodotto.

E i limiti non finiscono qui…

Infatti, finché parliamo di un indumento in 100% poliestere è un conto.

Il discorso, però, cambia se consideriamo i rifiuti plastici eterogenei.

Fanno parte di questa tipologia i tessuti misti (come ad esempio il polycotton): di questi è impossibile separare le componenti con un riciclo di tipo meccanico.

Perciò possono essere riciclati solo con un altro tipo di riciclo.

Il riciclo chimico.

A differenza del riciclo meccanico, il riciclo chimico modifica la struttura chimica del materiale convertendo i rifiuti plastici in molecole più piccole (i famosi monomeri di cui parlavamo poco fa) riutilizzabili per la creazione di una nuova plastica in grado di mantenere la stessa qualità del materiale vergine.

Questo processo è ancora molto costoso ma si stanno facendo progressi e le sperimentazioni tecnologiche continuano.

Qualche esempio?

💡 la Green Machine:
questo macchinario nasce dalla partnership tra H&M Foundation e l’Hong Kong Research Institute of Textile and Apparel ed è in grado di riciclare il polycotton utilizzando solo calore, acqua e un 5% di acido citrico.
Con questo processo si riesce a trasformare il cotone in polvere di cellulosa in modo da estrarre il poliestere e filarlo separatamente.

Per approfondire: hmfoundation.com

E se siete curiosi, potete trovare i primi frutti di questa collaborazione spulciando Monki, un marchio del gruppo H&M che ha già lanciato una capsule sperimentale realizzata utilizzando questo macchinario.

 

💡 progetto gr3n:
attraverso un processo chimico, i rifiuti plastici vengono depolimerizzati e nuovamente divisi nelle molecole di partenza. Questo permette di mantenere integre le caratteristiche del materiale vergine ma con la differenza che la materia prima non è piu petrolio, ma PET.

Per approfondire: gr3n-recycling.com

Le certificazioni.

Sempre più aziende cercano di ridurre l’impatto ambientale di questo materiale realizzando prodotti con poliestere riciclato.

E, come ormai sappiamo, per avere la garanzia che questo avvenga entrano in nostro aiuto le certificazioni.

Tra quelle generiche, è utile ricordare la certificazione GRS (Global Recycle Standard) mentre tra quelle specifiche sul poliestere c’è sicuramente da prendere nota della certificazione PSV.

PSV (Plastica Seconda Vita)

È una certificazione ambientale per materiali o prodotti ottenuti dalla lavorazione di rifiuti plastici il cui intento è valorizzare la qualità della plastica riciclata e, al contempo, garantire la rintracciabilità dei materiali riciclati (dalla materia prima fino al prodotto finito).

Esistono diverse varianti del marchio PSV che cambiano in base:

  • alla provenienza della plastica riciclata (pre-consumo, post-consumo, scarti industriali o un mix di questi);
  • alla destinazione d’uso (come per esempio PSV Food per i materiali destinati al contatto con gli alimenti).

 

Quindi, per ricapitolare:

se troviamo la certificazione PSV siamo certi che il prodotto è composto almeno in parte da plastica riciclata e rispettando le percentuali minime di materiale plastico riciclato richiesto (queste percentuali cambiano a seconda della varianti del marchio PSV).

logo certificazione PSV
Per maggiori informazioni: ippr.it

Poliestere e progetti innovativi.

Oltre alle certificazioni, esistono anche progetti che hanno dato vita a dei veri e propri tessuti realizzati in poliestere riciclato.

Repetita.

Repetita è un brand che nasce con un intento, ben spiegato nel nome stesso:

RE (Riciclo) PET (polietilene Tereftalato – la materia prima) ITA (Italia)

Parliamo, infatti, di un filato di poliestere riciclato dalle bottiglie di plastica (certificato GRS) e con una lavorazione di alta qualità totalmente made in Italy che garantisce anche la totale tracciabilità dell’intera filiera.

È un materiale riciclato anche molto prestante: confortevole come la microfibra, traspirabile e termoregolatore come le fibre sintetiche ma con l’aspetto di quelle naturali.

Per maggiori informazioni: repetita.com

New Life.

Il risultato di un grande progetto sviluppato da Sinterama, un’azienda di Biella che offre diversi fili di poliestere recuperati dalla raccolta differenziata di bottiglie di plastica post-consumo realizzata nel Nord Italia.

Anche il processo di riciclo meccanico è tutto made in Italy e ha ottenuto diverse certificazioni tra cui GRS (Global Recycle Standard) e OEKO-TEX.

Per maggiori informazioni: sinterama.it
scopri di più:
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