Moda genderfluid e sfilate co-ed: cosa sta cambiando?

Forse lavori nel mondo della moda o forse sei solo un appassionat*. In entrambi i casi c’è una parola, anzi due che non possono passare inosservate nel tuo vocabolario:

Fashion Week!

Uno dei momenti più attesi dell’anno per il fashion system.

Magari non trascorri le nottate a passare in rassegna tutte le sfilate come noi, però ammettilo:

Quante volte hai dato una sbirciatina online anche solo per scoprire i trend della prossima stagione?

Perché è così, inconsciamente oppure o no, sono appuntamenti imperdibili che dettano le tendenze della stagione che verrà e, per questo, sono da segnare in calendario.

Un appuntamento fisso:
gennaio e giugno per l’uomo, Febbraio/Marzo e Settembre/Ottobre per la donna.

Tuttavia, ti potrà essere capitato di cercare la sfilata di quel brand che tanto ami e di non averla trovata nel calendario ufficiale. O magari l’hai trovata ma qualcosa non quadra: collezioni donna che sfilano nella settimana dell’uomo (e viceversa).

Aiuto, cosa succede?!?

No, nessuno è impazzito. Ma sì, qualcosa sta cambiando…

Da un po’ di anni a questa parte, c’è una nuova formulina che è entrata a far parte del grande mondo delle Fashion Week e che, forse, vi chiarirà un po’ le idee.

I co-ed fashion show. Cosa sono?

I co-ed fashion show sono una formula usata nella moda per indicare le sfilate in cui la collezione femminile e quella maschile vengono presentate insieme, in un unico show.

In quale fashion week?

Dipende: alcuni brand scelgono di sfilare durante la settimana della moda uomo, altri in quella della donna.

La domanda davvero interessante, però, è un’altra.

Cosa spinge i brand ad usare questa formula?

Proviamo a capirlo:

🌱 Unendo i due eventi ci sono meno sfilate, questo è indice di una moda sicuramente più etica e sostenibile (in termini sia economici che ambientali);

💡 Due collezioni ma con un’ispirazione comune e, per questo, perfettamente integrate tra loro. I brand hanno così la possibilità di raccontare la propria visione, ma con un unico linguaggio;

👫 Con la sfilata co-ed uomini e donne non condividono solo la passerella, ma anche il guardaroba. O almeno, questo è l’obiettivo a cui forse si arriverà in futuro: una fusione di due mondi fatta di abiti intercambiabili.

Interessante vero? In fondo la moda è (o dovrebbe essere) unica ed è solo chi la indossa a renderla del proprio genere.

 

Forse ora, una domanda ti sta sorgendo spontanea:

“Come mai è nata questa esigenza di unire i guardaroba? Cosa sta cambiando?”

Già dagli anni 70, Armani con la sua giacca destrutturata inizia ad assottigliare i confini di due mondi opposti, quello femminile e quello maschile (rendendo più forte il primo, e ingentilendo il secondo).

E Giorgio Armani non è stato l’unico. Nel corso degli anni, tante sono state le sperimentazioni e oggi sono numerosi i brand che mettono al centro delle loro collezioni il tema della fluidità di genere.

Tra i nostri preferiti c’e lui: Gucci Mx. 

Il progetto lanciato sotto la direzione creativa di Alessandro Michele.
Sul sito della maison, infatti, potete fare shopping scegliendo tra donna, uomo e MX, una sezione genderfluid che include abbigliamento, accessori, borse e scarpe e che accoglie tutte le persone a cui non piace definirsi né come uomo né come donna. 

Fonte: www.gucci.com 

CURIOSITÀ: per l’occasione Gucci ha anche rivisitato l’iconica borsa Jackie 1961 (resa famosa da Jackie Kennedy).

 

È chiaro che qualcosa sta cambiando… 

In fondo si sa, la moda da sempre rispecchia l’andamento della società e, a volte, ne anticipa anche il cambiamento.

E in questo momento storico una cosa la moda l’ha capita.

Questa è l'era del genderless.

Un’era in cui la vera protagonista è la Generazione Z (nata dal 1995 al 2010) che fa della diversità e dell’inclusione i suoi punti fermi. 

Parliamo dei consumatori del futuro, di quella generazione che rifiuta di essere catalogata secondo rigide etichette imposte dalla società (che siano di razza, genere, sessualità,..), in favore di un approccio genderfluid (più fluido, più aperto) che valorizzi la loro individualità e li renda liberi di essere stessi e di modellare la propria identità con il tempo.

🔍  Ci sono diversi studi e ricerche a confermarcelo:

[Clicca per ingrandire]


Non è tutto però. Un altro fattore sta contribuendo allo sviluppo di questo fenomeno.

Il fattore celebrità.

Sembra scontato dirlo, ma è giusto ribadirlo. Le celebrità influenzano le persone, dettando così le mode. 

Ed è quello che sta succedendo con figure come Jaden Smith, figlio di Will Smith e grande icona per la Generazione Z.

Un ragazzo appassionato di gonne, vestiti e moda in generale, a cui non piace essere catalogato con un’etichetta. Un’estetica genderless, la sua, che è riuscito a diffondere anche tra i suoi numerosi fan.

Non a caso Louis Vuitton lo ha scelto come testimonial della sua campagna per la Primavera/Estate 2016 donna:

E come risponde il retail?

Parliamo di una moda che cerca di estendere questo linguaggio a 360 gradi, oltre le  passerelle.

Ecco perché, oltre ai brand dal dna totalmente genderless, anche i brand più noti hanno iniziato le sperimentazioni nel mondo dei negozi, creando spazi che uniformano l’esperienza di acquisto ed eliminano ogni tipo di diversificazione di genere.

Nel 2015 ci ha pensato il grande magazzino di lusso londinese Selfridge, con l’apertura di Agender.

Un pop-up department (un negozio temporaneo) progettato da Faye Toogood, che ha creato  uno spazio commerciale proponendo una nuova esperienza di acquisto, completamente genderless.

Un esperimento che non si è limitato all’annullamento di distinzione tra “lei” e “lui”, ma si è spinto oltre lanciando una provocazione. 

“Come?”

Ogni prodotto è stato nascosto e  imbustato in una confezione con una piccola fessura che permette appena di intravedere il capo all’interno.

Perché?

Chi acquista deve fare lo sforzo di scegliere per se stesso cosa è meglio per lui (senza essere influenzato dal marketing, dal merchandising o dalle disposizioni commerciali) senza rischiare di cadere in tentazione solo per un capo messo in bella vista.

A cavalcare la stessa onda, più recentemente, è stato Adidas che nel 2020 ha aperto un concept store gender-neutral a Londra. 

Anche in questo caso, massima libertà per il consumatore (target 18-24 anni), che potrà acquistare i prodotti esposti semplicemente in base allo sport per cui sono stati creati o in base alla collezione. Ma senza nessuna distinzione di genere.

 

Di strada ce n’è ancora tanta da fare e siamo forse ancora un po’ lontani da un cambiamento così radicale. 

Le sfilate co-ed rimangono ancora delle sperimentazioni, ma possono essere un messaggio più inclusivo che la moda sta lanciando per mostrare il suo impegno verso l’abolizione di questi rigidi confini di genere e in favore di un mondo neutrale volto alla libertà di espressione.

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